La trasparenza traina l’innovazione nella finanza
trasparenza fintech

Fornire informazioni complete e veicolarle con un linguaggio semplice per aiutare i piccoli investitori a orientarsi. È l’obiettivo principale della cosiddetta “Mifid 2”, la direttiva europea entrata in vigore all’inizio di quest’anno che pone una serie di obblighi a carico di chi distribuisce prodotti finanziari. Tra i vari interventi previsti ce n’è uno particolarmente interessante, per la sua utilità in termini di trasparenza e per l’influenza che potrebbe avere sull’innovazione tecnologica. Entro il primo trimestre del 2019 i clienti degli operatori finanziari riceveranno una documentazione puntuale sui costi commissionali dei quali si sono fatti carico.

Già oggi strumenti come fondi comuni ed Exchange-traded fund (Etf) indicano i costi a carico dei sottoscrittori, ma esclusivamente in termini proporzionali, non assoluti. Significa che se oggi posso sapere che un fondo azionario mi costa una determinata percentuale all’anno, a breve sarà specificato l’importo effettivo espresso in euro. Numeri alla mano, sarà più complicato giustificare le commissioni troppo elevate e questo potrà incentivare la concorrenza tra gli operatori finanziari e l’abbassamento dei costi. Per fare un esempio: chiedere a un cliente una commissione di 500 euro mentre i concorrenti si fermano a 300 risulterà meno semplice di una volta, soprattutto se a il costo superiore non garantisce un concreto valore aggiunto.

Secondo un sondaggio realizzato da Assiom Forex (l’associazione degli operatori dei mercati finanziari) la nuova normativa, insieme ai progressi dell’informatica e di tecnologie come l’intelligenza artificiale, sta spingendo le banche italiane ad adottare strumenti di robo advisor per diversi segmenti di clientela. Entro la fine del 2018, un quarto degli intervistati dovrebbe aver attivato servizi di questo tipo. Che non sostituiscono l’attività dei consulenti in carne e ossa, ma rendono più efficace il loro lavoro grazie al supporto di algoritmi avanzati e riducono contestualmente il costo del servizio.

Non a caso, il 100% delle grandi banche, l’80% delle medie e il 92,9% delle piccole dichiara che investirà in formazione certificata sull’impiego del robo advisor e delle altre tecnologie per il risparmio gestito. I motivi? Prima di tutto, la necessità di seguire i trend dell’innovazione nel settore. Ma anche l’importanza di poter contare su professionisti più competenti e, soprattutto, più liberi di curare le relazioni con la clientela. In fondo, poter sfruttare l’aiuto dei robo advisor significa risparmiare del tempo e avere le possibilità di investirlo in attività qualitativamente più importanti.

Le potenzialità sono enormi soprattutto in un Paese come l’Italia, che è ai primi posti al mondo per i risparmi privati ma agli ultimi per il livello di cultura finanziaria dei cittadini. In un contesto come il nostro ipotizzare di delegare gran parte dell’allocazione degli investimenti interamente ai software sarebbe sbagliato, oltre che prematuro. Allo stesso tempo, però, i robo advisor saranno certamente un supporto molto utile per i consulenti finanziari. E potrebbero sensibilizzare i risparmiatori alla gestione dei loro risparmi, a cominciare dai più giovani.

 

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