Influencer virtuali: che cosa sono, quanto valgono oggi
Influencer virtuale

Tra i 20 e i 30 milioni di dollari. È la cifra dell’ultimo round di investimento in Brud, l’azienda di intelligenza artificiale e robotica che ha creato una delle più seguite influencer virtuali di Instagram, Lil Miquela, secondo quanto riportato in un recente articolo di TechCrunch. In precedenza, l’azienda aveva ricevuto oltre 6 milioni di dollari di investimento da Sequoia Capital, BoxGroup e altri investitori di rilievo.

Lil Miquela, con oltre 1,5 milioni di follower su Instagram, è solo l’esempio più famoso di una nuova generazione di personaggi virtuali utilizzati dai brand e dalle agenzie di pubblicità come testimonial (a pagamento?) di prodotti di largo consumo. Lil Miquela, in questo senso, ha guadagnato una notorietà globale nel momento in cui è diventata “testimonial” di Prada durante la fashion week del febbraio scorso, collaborando in seguito anche con altri importanti aziende e riviste di moda.

C’è da preoccuparsi? Per il momento è curioso notare come questi influencer non si limitino a imitare le pose e il linguaggio di quelli “reali”, ma abbiano sviluppato nel corso del tempo una propria personalità e dei caratteri distintivi. La stessa Lil Miquela, ad esempio, è solita prendere posizione contro il razzismo, o in difesa dei diritti delle donne e dei rifugiati. Più che “influencer”, nel senso vero e proprio della parola, si tratta piuttosto di “personaggi” inventati, la cui storia anziché limitarsi alle strisce di un fumetto o di un videogioco si svolge ogni giorno, in diretta, su Instagram.

Da notare, inoltre, come i follower di Lil Miquela e di altri personaggi simili – come Noonoouri, Perl, Shudu… – siano soliti commentare i post di questi ultimi per prendere bonariamente in giro quei pochi utenti che li scambiano per esseri umani in carne e ossa, o avviare lunghe discussioni sulla facilità con cui nell’ambiente virtuale la presenza umana può essere sostituita e simulata da dei simil-robot. Così come traspare da certe “interviste” (si fa per dire) rilasciate da Lil Miquela su alcune riviste di moda, il ruolo di questi personaggi al momento sembra essere più quello di far riflettere sulla sostituzione uomo-macchina che non quello di sostituirsi effettivamente agli influencer “reali”. Almeno non nel breve periodo.

Il potenziale pubblicitario, tuttavia, rimane immenso: gli influencer virtuali non hanno un passato difficile alle spalle, non hanno crolli emotivi di fronte al pubblico, non hanno difetti che non si possano correggere e non rifiutano a priori nessuna proposta commerciale. Se è vero che la Federal Trade Commission ha confermato di recente a CNNMoney come agli influencer virtuali si applichino le stesse regole di trasparenza a cui sono soggetti gli influencer “reali” (tra cui l’obbligo di segnalare con gli hashtag #ad e #sponsored i post in cui appaiono dei prodotti a pagamento), resta il dubbio su quanto una creatura virtuale possa “consigliare” un prodotto che in realtà non ha mai provato in prima persona.

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