Meno banchetti e sms solidali: come cambia la raccolta fondi in Italia
raccolta fondi banchetto

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Meno pressione sul donatore, più cura nella relazione con quest’ultimo. È il messaggio di fondo della quindicesima rilevazione dell’Istituto Italiano per la Donazione e di Assif, “L’andamento delle raccolte fondi”, indagine realizzata su un campione di 130 organizzazioni no profit (ora ETS, Enti del Terzo Settore) intervistate a luglio e agosto 2017.
 
Le buone notizie, innanzitutto: oltre il 35% delle no profit registra una crescita delle entrate complessive nel 2016, rispetto a un 22% di enti che hanno visto la loro raccolta contrarsi rispetto al 2015. Scarse le donazioni dalle aziende, per la maggior parte inferiori al 15% del totale della raccolta. In difficoltà gli sms solidali e i social media, mentre rimangono ancora larghissimi i margini di miglioramento per il crowdfunding.
 

Meno banchetti,

più comunicazione personalizzata

In un contesto dove la presenza digitale si riduce talvolta a un sito web non mobile-responsive e a una pagina Facebook, è più che prevedibile la predominanza degli strumenti tradizionali di raccolta fondi. Eventi pubblici e “direct mailing” cartaceo crescono dal 18% al 25% quali strumenti più performanti, mentre diminuisce l’efficacia dei banchetti in piazza (dal 15% al 13%) e scompaiono dalla classifica i dialogatori (dal 13% al 3%).
 
A uscirne meglio sembrano dunque essere quelle no profit che investono maggiormente nei contenuti e nella cura della relazione con l’utente, lasciando a quest’ultimo ampio margine di scelta per quanto riguarda il momento e il luogo della donazione: in questo senso, banchetti di piazza e dialogatori sembrano essere diventati canali di ingaggio ormai controproducenti. Nel momento in cui è possibile donare in qualunque luogo dal proprio smartphone, costringere le persone a fermarsi e tirar fuori il portafoglio – in un contesto pubblico – è un approccio, se non sbagliato, sempre meno consigliabile.
 

Social media: da soli non bastano

Preoccupante, invece, risulta essere il calo dei social media, passati dal 6% sul totale delle donazioni a meno dell’1% complessivo. Il dato, tuttavia, merita un maggior approfondimento, che la ricerca dell’Istituto non riporta ma che è possibile individuare in un’altra fonte altrettanto recente.
 
Presentata in occasione dell’evento “Digital 4 No Profit” del 16 settembre scorso, la ricerca di Search On Media Group fotografa un settore che solo da poco ha iniziato a prendere confidenza con gli strumenti digitali. Nell’era degli smartphone e del mobile crowdfunding, solo 6 organizzazioni no profit su 10 hanno un sito mobile friendly. Un’organizzazione su cinque, inoltre, non mostra i propri canali social sul sito web, e quattro organizzazioni su cinque non hanno nemmeno un profilo Instagram, il social più popolare del momento tra giovani e giovanissimi.
 
Alla luce di questo approfondimento ulteriore, viene spontaneo chiedersi se le ridotte performance dei canali digitali rispetto a quelli tradizionali (eventi, banchetti) non siano piuttosto la logica conseguenza di una presenza online ancora acerba e non adeguata alle aspettative dei donatori. Non dedicare una parte del budget allo sviluppo di un sito mobile-responsive, non raccontare il proprio lavoro sui social, non avere un piano per coinvolgere – anche dal punto di vista virtuale – i propri volontari, sono situazioni che le ricerche di settore faticano a inquadrare tramite indicatori numerici, ma che nondimeno hanno conseguenze spesso negative sul piano delle donazioni.

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