Dalla Savana a Wall Street (settima parte) - Tinaba
finanza comportamentale

“Pazienza, si vede che non era ancora matura, non mi va di spendere troppe energie per un frutto ancora acerbo”. L’epilogo della favola di Esopo ci suggerisce che la prima lezione di finanza comportamentale – o più precisamente di psicologia cognitiva – ci è stata impartita circa 2500 anni fa.

Questa favola ha formalizzato in maniera indimenticabile il concetto della dissonanza cognitiva, ovvero la distorsione, mediante parole o pensiero, di una realtà scomoda, fastidiosa e contrastante con i propri desideri.

La dissonanza cognitiva è la modalità con cui si cerca di mascherare le sconfitte. Rientra nel gruppo dei meccanismi di salvaguardia della personalità. Questi meccanismi sono stati premiati dall’evoluzione e dalla selezione naturale in quanto consentivano, agli individui che ne erano dotati, di trasformare l’auto-inganno in una risorsa di protezione emotiva e quindi di strumento di sopravvivenza.

La dissonanza cognitiva rappresenta una risorsa psicologica che ci consente di reagire alle delusioni e di cercare un’opportunità di rivalsa. Ci spinge ad allontanarci serenamente dal grappolo d’uva troppo alto per cercarne uno alla nostra portata. Come tutte le distorsioni comportamentali, purtroppo, conserva un lato oscuro che può trasformarla da risorsa mentale a trappola.

La dissonanza cognitiva rischia di rappresentare un ostacolo all’apprendimento e al miglioramento di noi stessi. La trasfigurazione della realtà è la base su cui innestare scuse e auto commiserazione laddove invece la realtà sarebbe necessario affrontarla. Dove invece che convincersi che l’uva non sia matura, sarebbe necessario imparare a saltare più in alto. La dissonanza cognitiva è lo studente che imputa i pessimi voti all’ostilità dell’insegnante, l’allenatore che dà la colpa all’arbitro, l’imprenditore che incolpa i mancati clienti di non capire la bontà del prodotto.

I mercati finanziari sono il campo ideale nel quale coltivare la dissonanza cognitiva poichè spesso la realtà – i risultati prodotti dai propri investimenti – sono molto lontani dalle previsioni e dalle speranze. Ecco quindi che scatta il meccanismo di protezione dell’autostima sotto forma di deformazione della realtà: la deludente speculazione di breve periodo viene ricatalogata come investimento di lungo periodo. Sul titolo obbligazionario prossimo al default si costruiscono fantasie di improbabili salvataggi. Con il risultato di rimandare decisioni importanti e soprattutto di sabotare il processo di apprendimento necessario a una gestione accorta del proprio patrimonio.

Tanto forte e radicata è questa tentazione che quando le circostanze congiurano contro di noi è praticamente impossibile non esserne ipnotizzati. È una medusa con cui non conviene incrociare lo sguardo. Studio, delega, diversificazione, realismo sono anche in questo caso gli schermi che ci possono proteggere. Una giusta dose di autoinganno ci consente di vivere meglio ma è l’umiltà di approfondire e accettare le probabili ragioni delle cose a renderci investitori migliori.

Paolo Moia – Banca Profilo

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