Australia: un altro Paese che sta imparando a fare meno del contante
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Il contante? In Australia sta per diventare un mezzo di pagamento di nicchia, secondo quanto dichiarato dal governatore della Reserve Bank of Australia, Philip Lowe, non più tardi di qualche settimana fa.

Secondo gli ultimi dati disponibili, infatti, il numero dei pagamenti effettuati con banconote e monete è crollato dal 69% al 37% del totale delle transazioni in meno di dieci anni. Nello stesso periodo, non a caso, il numero di prelievi al bancomat per singola persona si è quasi dimezzato.

Secondo autorevoli esperti, come il professore di economia Richard Holden, a questa velocità l’Australia potrebbe diventare una delle prime “cashless society” al mondo entro poco più di tre anni. O, perlomeno, ad avvicinarsi sempre più alla condizione di Paesi geograficamente lontani come la Svezia e la Danimarca.

I motivi della svolta

Gli australiani oggi effettuano in media 500 transazioni elettroniche ogni anno a persona, cinque volte più rispetto al 2010, prevalentemente attraverso carte di debito e di credito. Secondo Il Sole 24 Ore, l’utilizzo delle carte è stato incentivato in questi ultimi anni dalla presenza di servizi di “personal concierge” nella ricerca di appartamenti da affittare, prenotazione di visite mediche o piccoli interventi di manutenzione casalinghi. Negli ultimi mesi, inoltre, ha visto la luce NPP, la “New Payment Platform” per i trasferimenti istantanei di denaro.

Secondo un articolo apparso sull’autorevole Australian Financial Review la rapida diffusione dei servizi di online e mobile banking, il successo delle modalità di pagamento “Tap and go” e la crescita in doppia cifra del mercato dell’ecommerce ha fatto il resto, determinando la rapida scomparsa del contante nella maggior parte dei pagamenti quotidiani (a eccezione, forse, delle microtransazioni).

Nel 2017 la città di Sidney e la capitale Canberra sono state segnalate da Visa tra le nove città più avanzate al mondo dal punto di vista dei pagamenti digitali, grazie alla crescita esponenziale delle transazioni contactless, al pari di New York, Parigi, Singapore e Seul. Secondo lo stesso report, infatti, una metropoli come Sidney potrebbe generare oltre 9,4 miliardi di dollari di volume d’affari extra grazie a una maggiore efficienza e rapidità nella gestione dei pagamenti tra privati e imprese.

In questo contesto si segnala la crescita delle soluzioni di pagamento alternative al circuito tradizionale bancario. Secondo il Roy Morgan Digital Payment Solutions Currency report, che ha intervistato un campione rappresentativo di oltre 50 mila consumatori, il 6,5% della popolazione australiana ha usato nell’ultimo anno una app di pagamenti non-bancaria, come Apple Pay, mentre “solo” il 6,4% ha usato quella della propria banca.

Il settore pubblico, infine, non è rimasto a guardare: tra le iniziative degne di nota, ma anche più controverse, va segnalata l’introduzione in forma sperimentale delle nuove “cashless welfare card”. Le carte, secondo quanto si legge sul Guardian, hanno come obiettivo quello di vincolare l’80% del sussidio ricevuto dallo Stato alla spesa in un circuito di esercenti convenzionati (escludendo l’acquisto di alcool, o le scommesse). Al momento, la “cashless welfare card” è ancora allo stato di esperimento e i risultati finora raggiunti sono ancora oggetto di dibattito tra gli esperti.

Dove è finito il “cash”

Secondo un report della stessa Reserve Bank of Australia dei 76 miliardi di dollari di valore in circolazione sotto forma di banconote ormai meno del 35% viene utilizzato all’interno di transazioni legali. Oltre il 15% si trova all’estero, quasi il 10% è impiegato nell’economia sommersa e una percentuale analoga è andata irrimediabilmente perduta, mentre quasi il 20% viene conservato dai privati come riserva di valore.

A poco più di un secolo dall’emissione della prima banconota nazionale nel Paese, il contante sembra essere quindi destinato se non all’oblio perlomeno a una rapida e irreversibile senescenza… Almeno per quanto riguarda l’economia legale.

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